COME E QUANDO NEVICA SUI SIBIILLINI
Osservazione accurata degli ultimi 9 inverni centro-appenninici.

di Filippo Campanile




L’analisi che segue è basata sull’attenta osservazione delle dinamiche meteorologiche degli ultimi anni e non ha pretese di carattere scientifico.
Nella prima parte si tenta di illustrare in maniera molto schematica quali sono le configurazioni meteo che negli anni recenti hanno portato abbondanti nevicate sui Sibillini, nella seconda parte si ripercorre la dinamica degli ultimi 9 inverni che, sempre con riferimento all’Appennino Centrale, si sono dimostrati alquanto movimentati.

Le recenti evoluzioni climatiche che stanno interessando l’area Mediterranea si sono rivelate decisamente penalizzanti per le Alpi Italiane, che hanno vissuto inverni sempre più siccitosi, con occasioni nevose davvero rare.
Gi inverni appenninici, al contrario, hanno conservato una maggiore dinamicità meteorologica caratterizzata anche da episodi nevosi importanti, che si sono susseguiti con una certa regolarità.
L’area dei Sibillini, che in passato aveva attraversato un ciclo negativo in termini d’innevamento, dopo la significativa svolta segnata dall’inverno 1999, ha vissuto una fase decisamente favorevole che, seppur con alcune eccezioni (in particolare 01/02 e, naturalmente, 06/07), ci ha mostrato nuovamente numerosi inverni degni di tale nome.

Ora che ci lasciamo alle spalle questo nefasto inverno 2007, che orami ha fatto parlare fin troppo di sé, tanto da scatenare in molti una vera e propria repulsione verso le discussioni di carattere meteorologico, viene naturale porsi una domanda: “Sarà stata questa per i Sibillini semplicemente un’altra eccezione, oppure la svolta che segna l’inizio di un nuovo ciclo negativo?”.
Naturalmente, nessuno può dare risposta ad un simile interrogativo. Questo il fascino delle forze della natura, capaci in molti casi di disarmare completamente l’uomo che tenta di studiarle e prevederle.
Il contesto meteorologico eccezionale che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi, ha messo davanti agli occhi di tutti il misero fallimento delle previsioni a lungo termine (a 15 giorni). Infatti, i sofisticati modelli matematici sui quali esse si basano, alimentati in primis da dati storici da elaborare con metodi statistici, di fronte ad una situazione pressoché priva di precedenti storici, sono andati completamente in tilt.
Se falliscono le previsioni a 15 giorni, considerate fino a ieri scienza quasi consolidata, quanta fiducia possiamo riporre nelle previsioni stagionali o addirittura nelle proiezioni relative ai mutamenti climatici dei prossimi anni?

LE PERTURBAZIONI CHE PORTANO NEVE SUI SIBILLINI
Le configurazioni meteorologiche foriere di abbondanti nevicate per l’Appennino sono sostanzialmente diverse da quelle che portano neve sulle le Alpi Italiane.
Le grandi nevicate appenniniche si verificano infatti quando il flusso polare assume azioni meridiane, cioè quando l’aria fredda proveniente dall’artico taglia l’Europa in verticale, per poi gettarsi sul mediterraneo.
Queste discese di aria fredda possono creare due situazioni ben distinte, una più favorevole all’Appennino centro settentrionale, l’irruzione fredda di matrice marittima, l’altra più favorevole all’Appennino centro-meridionale, l’irruzione fredda di matrice continentale.
La catena dei Sibillini, in quanto Appennino centrale, gode di una posizione fortunata, avendo la possibilità di ricevere neve in entrambe le situazioni. C’è però un rovescio della medaglia: questa posizione centrale in alcuni casi lascia i Sibillini ai margini delle perturbazioni, ove i fenomeni sono meno copiosi e spesso accompagnati da forti venti.
Infatti, non sempre le frequenti nevicate dei Sibillini si traducono in importanti accumuli al suolo, proprio a causa degli impetuosi venti ai quali la catena è fortemente esposta. In verità, importanti nevicate in assenza di vento sono eventi piuttosto rari da queste parti, tanto che in alcune stagioni possono addirittura non presentarsi.
Vediamo ora in dettaglio le caratteristiche delle due perturbazioni citate.

L’irruzione fredda di matrice marittima
Si tratta di una discesa di aria fredda collegata al vortice polare, che entra dalla porta del Rodano con forti correnti di Maestrale e si tuffa sull’Italia centro-settentrionale accompagnata da venti di libeccio (il c.d. “libeccio freddo”).
Questa è in assoluto l’occasione migliore per assistere ad importanti accumuli di neve al suolo sui Sibillini. Si tratta di perturbazioni molto cariche di umidità, inclini alla ciclogenesi e pertanto foriere di abbondanti precipitazioni.
La quota neve può oscillare sensibilmente, ma mediamente si attesta in un range 800-1200m.
I venti di libeccio che accompagnano la perturbazione favoriscono gli accumuli nevosi principalmente sui versanti N-NE. Questa ventilazione da SO, seppur spesso sostenuta, generalmente non raggiunge intensità tali da vanificare gli effetti delle nevicate anzi, è proprio questa la perturbazione che può provocare la rarissima nevicata in assenza di vento.
Il tipo di perturbazione in esame generalmente vede il centro della depressione posizionato sull’Appennino centro-settentrionale, primo candidato a ricevere neve in questi casi. Pertanto, la possibilità di neve abbondante anche sui Sibillini, associata al calo della quota neve, dipende da quanto la perturbazione riesce a traslare verso sud.
L’Appennino meridionale in queste occasioni rimane un po’ ai margini e, in alcuni casi, addirittura penalizzato da un richiamo di aria calda subtropicale.

L’irruzione fredda di matrice continentale
Si tratta di una incursione di aria fredda di origine siberiana, che entra dalla porta dei Balcani e si tuffa sull’Italia centro-meridionale accompagnata da impetuose correnti di grecale.
Questa configurazione, a differenza della precedente, non sempre è occasione per importanti accumuli di neve al suolo, poiché la perturbazione può giungere con carico di umidità insufficiente, che si traduce in scarso apporto precipitativo. Inoltre, le correnti di grecale rappresentano in ogni caso un forte elemento di disturbo, in grado vanificare gli effetti delle nevicate; infatti, la catena dei Sibillini è particolarmente esposta ai venti di Nord-Est, che spesso raggiungono intensità davvero significative.
Pertanto, anche nella migliore delle ipotesi, il manto nevoso prodotto da queste perturbazioni, risulta sempre molto irregolare: la neve si accumula solamente sui versanti S-SO, nei canali profondi e nei boschi; i versanti N-NE e tutti i crinali in quota rimangono totalmente puliti.
La quota neve si attesta su valori inferiori rispetto al caso precedente, variando da 7-800 metri fino addirittura al piano.
Il tipo di perturbazione in esame generalmente vede il centro della depressione posizionato sull’Appennino Meridionale, primo candidato a ricevere neve in questi casi. Pertanto, la possibilità di neve abbondante anche sui Sibillini dipende da quanto la perturbazione riesce a traslare verso nord con le sue ciclogenesi e ritornanti.
L’Appennino Settentrionale in queste occasioni viene interessato in maniera marginale, così come il versante tirrenico.
L’espressione più severa di questo tipo di irruzione è rappresentata dal Burian, vento gelido proveniente direttamente dalle steppe Sarmatico-Siberiane, che quando riesce a raggiungere l’Italia può imprigionarla nel gelo per diversi giorni, portando neve a quote bassissime, anche molto abbondante sul versante adriatico.

CONFIGURAZIONI SFAVOREVOLI
La neve è un elemento raro, frutto di delicate combinazioni di fattori che interagiscono tra loro quasi magicamente. Purtroppo, quando si parla di neve, le occasioni mancate sono spesso superiori a quelle che vanno a segno e questo discorso è valido un po’ ovunque alle nostre latitudini.
Anche per i Sibillini esistono numerose configurazioni meteorologiche davvero sfavorevoli, in presenza delle quali non si può assolutamente sperare nella neve nuova.
Tra esse citiamo le due più frequenti, quelle che possono aprire le porte a lunghi periodi senza nevicate: l’Atlantico mite e l’Anticiclone subtropicale.

Flusso perturbato Atlantico non alimentato da aria fredda

Quando si apre la porta dell’Atlantico, che favorisce l’entrata in sequenza di flussi perturbati molto miti, pilotati dalle correnti oceaniche con direttrice occidentale, sui Sibillini la quota neve difficilmente riesce a scendere al di sotto dei 1800 metri.
Inoltre, quando la posizione dei minimi depressionari assume posizioni particolarmente sfavorevoli, si può innescare un richiamo di correnti sciroccali accompagnate da precipitazioni battenti che possono far schizzare lo zero termico a quote “stellari”.
Questa situazione è penalizzante non solo in termini di mancato apporto nevoso, ma rappresenta anche un rischio di seria diminuzione del manto preesistente. Il fattore umidità infatti è molto più dannoso del fattore caldo ai fini della conservazione di un manto nevoso consolidato.
La circolazione atlantica, può avere risvolti favorevoli solamente in due casi:
quando riesce a godere di apporti freddi, anche marginali, ma comunque capaci di mantenere la quota neve su livelli accettabili; in questi casi, in presenza di precipitazioni abbondanti, si possono avere notevoli apporti nevosi alle quote medie ed alte, con manto umido e pesante che tende a compattarsi sotto il suo peso, creando una cospicua e duratura base;
quando il flusso viene a combinarsi con un’irruzione fredda, precedendola; in questo caso, ad una temporanea fase umida e piovosa segue una fase “esplosiva”, che coincide con il momento dell’ingresso dell’aria fredda sul nucleo umido preesistente; in questo momento di transizione si possono verificare episodi nevosi di forte entità.

Anticiclone subtropicale
Oramai largamente conosciuto in Europa Centro Meridionale come la piaga metereologica della nostra epoca, si caratterizza per immane tenacia e persistenza, e sembra volersi gradualmente impossessare di tutte le stagioni dell’anno. Quando si aggancia al Suo collega Azzorriano è in grado di formare sul Mediterraneo una roccaforte davvero inespugnabile, che può resistere per mesi all’attacco di qualsiasi tipo di perturbazione.
In generale, una sana Alta pressione, seppur spesso foriera di inversione termica diurna, non è dannosa in termini di conservazione del manto nevoso preesistente poiché garantisce clima secco e intense gelate notturne. In verità, la sola alta pressione è in grado di assicurare la conservazione della qualità del manto nevoso per diversi giorni consecutivi, specie sui versanti in ombra.
Tuttavia, l’Anticiclone Africano, che non può certo definirsi una “sana” alta pressione, crea anomalie termiche positive talmente esasperate, ed inversioni termiche così furibonde, che in alcuni casi riescono addirittura ad inibire le gelate notturne, distruggendo inevitabilmente il manto nevoso preesistente.

ALTRE OCCASIONI POSITIVE E NAGATIVE
L’analisi appena proposta non ha la pretesa di essere esaustiva, poiché diverse altre occasioni favorevoli o sfavorevoli si possono comunque presentare. Si tratta di fenomeni più rari, a volte localizzati, che esulano dagli schemi canonici descritti, ma sono più difficili da prevedere e senz’altro più incerti in termini di effetti, pertanto in questa sede vengono trascurati.
Solo a titolo di esempio si cita la convezione, fenomeno che si manifesta in maniera più accentuata in primavera, periodo in cui i contrasti termici tra le diverse masse d’aria sono più esasperati. In questo periodo, la formazione di intensi temporali, può creare cicli convettivi localizzati, tali da abbassare la quota neve in maniera sorprendente.

GLI ULTIMI 9 INVERNI DEI SIBILLINI
Nell’analisi che segue ripercorriamo gli eventi salienti che hanno caratterizzato gli ultimi 9 inverni centro-appenninici, soffermandoci particolarmente sulle annate più dinamiche e significative.
Per evitare di “incartarci” in complicati giri di parole e ripetizioni, ribattezzeremo vola a volta le configurazioni più comuni con alcuni “soprannomi”, come ad esempio:
irruzione fredda di matrice marittima: vortice polare, Rodano, etc.
irruzione fredda di matrice marittima: neve balcanica, aria dei Balcani, etc.
flusso perturbato mite di matrice oceanica; Atlantico, respiro caldo umido, etc.
anticiclone subtropicale: Subtropico, Gobbo di Algeri (termine coniato da Meteolive.it)...



L’inverno 1998/1999
Questa stagione ha segnato una svolta davvero significativa per i Sibillini facendo rivivere appieno un inverno “d’altri tempi” ed aprendo le porte ad un decennio decisamente favorevole.
La dinamiche meteo di questa stagione si sono combinate in maniera assolutamente perfetta, determinando una situazione “da manuale”, che ha consentito alle nostre generazioni di riscoprire l’Appennino nella sua veste più bianca.

La stagione invernale 98/99 comincia già in Novembre, quando una portentosa irruzione balcanica tiene sotto scacco l’Italia centrale per diversi giorni, portando nevicate davvero abbondanti anche a quote molto basse. Si viene a creare un corposo innevamento di base con anticipo davvero inusuale, base destinata a resistere, anzi ad incrementarsi, grazie all’arrivo di un successiva sequenza di irruzioni fredde legate al vortice polare.
Già ai primissimi giorni di Dicembre l’accumulo nevoso al suolo raggiunge spessori inusuali, nettamente superiori a quelli medi di Febbraio.
Questa tendenza si conferma fino all’inizio di Gennaio, interrotta solo da un breve episodio caldo-umido di modesta entità, che sarà l’unico, o quasi, dell’intera stagione.
Il mese di Gennaio scorre con più monotonia, abbastanza secco, secondo i classici canoni di un inverno perfetto.
Una nuova svolta si presenta in Febbraio, la cui prima parte si presenta molto variabile, con frequenti precipitazioni e quota neve mai troppo elevata.
Nella seconda parte del mese, una delle perturbazioni nevose più imponenti della storia recente invade dapprima i settori esteri delle Alpi e, a seguire, l’Italia Centrale.
Si tratta di nuovo di un’irruzione marittima legata al vortice polare, che genera una nevicata storica fino alle quote medio-basse, che cade in totale assenza di vento. Ne risultano accumuli di neve nuova superiori al metro e mezzo!
Una situazione del simile si replica alla fine della prima settimana di Marzo, con un nuovo apporto di neve nuova prossimo al metro, caduto in meno di 24 ore.
Nel proseguo della stagione il vortice polare rimane attivo, portando ancora nevicate che si susseguono con buona regolarità, anche nel mese di Aprile, naturalmente a quote gradualmente crescenti.
Inutile dire che all’inizio di Aprile l’innevamento di fondo si presenta ancora cospicuo ed uniforme, fin dalle quote medie e su tutte le esposizioni.


Già all'inizio di Dicembre 1998, innevamento superiore alla media di Febbraio
Foto Filippo Campanile
98/99 - Metà stagione, spessore del manto e cornici a quota 2100
Foto Lorenzo Campanile
La nevicata storica di fine Febbraio 1999
Foto Eugenio Giannoni
La nevicata del 7 Marzo 1999
Foto Luigi Zeppa



Gli inverni 1999/2000 e 2000/2001

Seppur positivi in termini di apporto nevoso totale e di regolarità delle irruzioni fredde, questi inverni si sino rivelati più monotoni e simili tra loro, pertanto vengono ripercorsi in maniera rapida e trattati insieme.
Si avuto un marcato predominio balcanico, con irruzioni continentali che si sono susseguite ad intervalli piuttosto regolari.
Ne è risultato un manto nevoso distribuito in maniera non uniforme, con discreti accumuli sui versanti S-SO e scarso innevamento di quelli N-NE. Alcuni crinali moto esposti alle correnti nord-orientali sono rimasti senza neve per l’intera la stagione.
Le temperature si sono mantenute nella media, concedendo a volte al freddo la possibilità di conservare un’ottima neve farinosa.
Il 99/00 comincia con una positiva e prolungata ciclogenesi, che accompagna tutto il periodo delle festività natalizie. Il seguito della stagione si caratterizza per diverse irruzioni continentali foriere di nevicate, non troppo importanti né frequenti, ma distribuite con ottima regolarità.
Il 00/01 al contrario si rivela una stagione più concentrata, con nevicate meno regolari ma in alcuni casi molto abbondanti, sempre con forte dominante balcanica.


00/01 Versanti Nord e crinali spazzati dal grecale
Foto Alessandro Campanile
00/01 - Neve fredda e polverosa alle quote medie
Foto Filippo Campanile



L’inverno 2001/2002
La prima drastica interruzione di un decennio alquanto favorevole è rappresentata dall’inverno 01/02, stagione del tutto priva di carattere, cominciata senza lode e finita miseramente.
La prima ed unica nevicata di rilevo si presenta negli ultimi giorni dell’anno, immediatamente decimata da un grecale impetuoso che precede una fase di “sana” e fredda alta pressione.
Purtroppo, la “sana” alta pressione stringe rapidamente un’alleanza con il Gobbo di Algeri, che presto s’impadronisce prepotentemente del Mediterraneo, chiudendo le porte a qualsiasi tipo di perturbazione. Le nevicate successive risultano rarissime ed insignificanti, mentre caldo, stabilità e furibonde inversioni termiche, diventano la regola.
Curioso notare come un manto nevoso molto scarso e messo a dura prova da tenace ed insistente inversione termica, in assenza di circolazioni umide riesce a resistere fin quasi alla fine di Febbraio!


01/02 - L'unica nevicata degna di nota
Foto Filippo Campanile
Ciò che resta del manto dopo la bufera di grecale di Capodanno 2002
Foto Filippo Campanile
01/02 - L'unica spolverata di metà stagione
Foto Filippo Campanile
L'anticiclone subtropicale di Febbraio 2002
Foto Lorenzo Campanile



L’inverno 2002/2003
E’ stata una stagione bellissima e molto lunga, capace di creare fin dal principio e custodire fino alla fine uno spesso manto nevoso. L’inverno 2003 si è rivelato infatti molto dinamico, seppur caratterizzato sensibili oscillazioni termiche, specie nella sua fase iniziale.
Sul finire dell’Autunno un flusso perturbato Nord-Atlantico, in parte alimentato da aria fredda, investe l’Italia distribuendo precipitazioni massicce e persistenti.
Sui Sibillini la quota neve, seppur oscillando sensibilmente, in media rimane attestata intorno a 1600 metri.
Già nei primissimi giorni di Dicembre l’innevamento di fondo alle quote alte raggiunge spessori di tutto rispetto, presentandosi inoltre fortemente compattato e del tutto trasformato.
La fase umida si protrae per circa due mesi, e le oscillazioni termiche creano anche l’occasione per piogge a quote alte; una di queste in particolare, nella prima metà di Dicembre, mette a dura prova il manto consolidato, staccandolo completamente dal terreno in diverse aree e provocando anche alcune grandi valanghe di neve bagnata.
Nonostante tutto, vista la sua importanza e compattezza, il manto resiste egregiamente a questi tremendi stress, preparandosi ad accogliere le numerose occasioni nevose successive.
Il seguito della stagione si presenta molto vario, dinamico ed interessante, con occasioni nevose sia continentali che marittime, alternate da brevi fasi atlantiche o normali pause anticicloniche.
Da segnalare diverse nevicate di rilievo tra Febbraio e Marzo, con principale componente balcanica, fino all’imponente tormenta del 16 Marzo che accumula quasi un metro di neve nuova in una sola giornata.


02/03 - Inverno giovane, grande variabilità e dinamicità
Foto Filippo Campanile
02/03 - Le nevicate di metà stagione
Foto Filippo Campanile
All'inizio di Marzo 2003
Foto Filippo Campanile
La tarda stagione 2003
Foto Paolo Pagliacci



L’inverno 2003/2004
Si è trattato davvero di un inverno virtuoso, capace di regalare un’evenienza rarissima, quella della neve abbondante per tutti, sia per le Alpi che per gli Appennini. Per le Alpi, in particolare, si è potuto parlare d’inverno “storico”, nel senso che esso ha drasticamente rotto la monotonia degli inverni secchi che hanno caratterizzato la storia recente di queste montagne. L’Appennino ha invece vissuto tempi magri nella prima metà, ma nevicate abbondanti e ricorrenti nella seconda.
La stagione comincia a ridosso del Natale, con una modesta irruzione continentale che distribuisce irregolarmente un manto nevoso mediocre, ma sufficiente per resistere tutto il mese di Gennaio, che si presenta come sempre molto secco.
La seconda importante occasione arriva alla fine di Gennaio, si tratta di un’altra irruzione balcanica che porta neve da N-NE, stavolta un po’ più abbondante.
La prima metà di Febbraio scorre all’insegna di una modesta circolazione Atlantica occidentale, che genera tempo grigio con scarsissime precipitazioni.
La sorpresa giunge nella terza decade di Febbraio, quando si attiva finalmente il flusso polare marittimo: il vortice polare allunga con decisione un suo “braccio” sul Mediterraneo, innescando una ciclogenesi centrata sull’Appennino centro-settentrionale dalla quale risulta una fase nevosa della durata di ben 4 giorni. Si tratta della classica neve di provenienza “tirrenica”, un po’ umida, molto abbondante, accompagnata dal libeccio.
Questa fase di rottura apre le porte ad un mese di Marzo variabile e dinamico, che regala altre occasioni nevose, anche negli ultimi giorni
Anche in primavera, il Vortice Polare continua ad irrompere sul Mediterraneo, con repliche più o meno regolari, fino al mese di Maggio, portando tempo pessimo ed abbondantissime precipitazioni. Col passare delle settimane, la quota neve dell’Appennnino sale gradualmente, seppur con qualche eccezione (es. 8 Maggio, copiosa nevicata da quota 1200), le Alpi rimangono invece in “pieno” inverno, fino alle porte del mese di Giugno.


03/04 - Spolverate da grecale con prime irruzioni continentali
Foto Filippo Campanile
Febbraio 2004, il vortice polare in grande stile
Foto Filippo Campanile
8 Maggio 2004, il Vortice polare ancora non si arrende
Foto Filippo Campanile



L’inverno 2004/2005
Si è trattato di una stagione eccezionalmente nevosa e molto vivace, ma anche fortemente concentrata nella sua parte centrale. Essa ha vissuto un andamento del tutto simile a quello della precedente, esasperato però da due eventi molto salienti, uno virtuoso, il Burian, l’altro deleterio, il Gobbo....
La stagione inizia appena prima delle festività natalizie, con le solite irruzioni continentali ventose, un po’ secche ed alquanto avare. Si viene a creare manto modesto e distribuito irregolarmente, “spalmato” solamente sui versanti S-SO.
Gennaio scorre secco ed anonimo fino alla fine della seconda decade, quando improvvisamente e prepotentemente fa ingresso il Burian. Si tratta di una delle più importanti irruzioni siberiane degli anni recenti, che tiene sotto scacco il versante Adriatico per ben 9 giorni.
I record di accumulo si registrano alle quote collinari, anche in prossimità della costa, mentre massicce tormente nevose spazzano impietosamente i crinali più alti.
Chiaro che anche i Sibillini vengono sommersi dalla neve, 9 giorni di nevicate battenti fanno registrare accumuli prossimi ai 3 metri in alcune conche sottovento, mentre i crinali esposti al grecale si presentano ancora completamente erbosi.
Questa eccezionale sfuriata di burano funge da drastico episodio di rottura, segnando la svolta di un inverno che prima di essa si era dimostrato piatto ed anonimo.
Infatti, passata l’irruzione fredda si assiste ad una sola settimana di tregua, prima dell’arrivo in grande stile del vortice polare. Questa definizione di “grande stile” non è casuale. Parliamo infatti del vortice polare in tutto il suo vigore, con ciclogenesi importanti e molteplici repliche degli impulsi perturbati, nell’arco di un periodo di circa 20 giorni.
Inutile dire che ai primi di Marzo gli accumuli nevosi che si registrano sui Sibillini raggiungono picchi decisamente eccezionali. Inoltre il manto nevoso si presenta assolutamente uniforme e copiosamente distribuito a tutte le quote e su tutte le esposizioni; infatti, se il Burian aveva accumulato neve abbondante alle quote medie e basse, sulle esposizioni S-SO-O, il vortice polare completa l’opera, scaricando neve abbondante alle quote medie ed alte, principalmente sulle esposizioni N-NE-E.
Dopo il vortice polare, altrettanto improvvisa è la risalita del maledetto gobbo di Algeri, che in questi ultimi anni non finisce mai di stupirci, impadronendosi di tutte le stagioni, anche di quelle a lui meno consone.
I suoi effetti sullo spesso manto nevoso, che tutti avremmo giurato si sarebbe ben conservato fino a Maggio, risultano davvero devastanti, andando realmente al di là di ogni più pessimistica aspettativa.


04/05 - Inizio stagione, solo spolverate da grecale
Foto Filippo Campanile
Febbraio 2005, dopo il burian arriva il vortice polare, in tutto il suo vigore
Foto Filippo Campanile
Alla fine di Febbraio 2005
Foto Fabrizio Falfari
All'inizio di Marzo 2005, l'Anticiclone subtropicale, repentino e spietato
Foto Filippo Campanile



L'inverno 2005/2006
Insieme allo storico inverno 98/99, questa incredibile stagione ha definitivamente sancito la positività del decennio che stiamo ripercorrendo.
Si è trattato di un inverno precoce, tenace, ed eccezionalmente nevoso nella sua primissima parte, seppur non eccessivamente freddo e con rare occasioni di neve a bassa quota.

La stagione prende il via già in Novembre, con una serie di irruzioni marittime molto precoci che, seppur facendo oscillare sensibilmente la quota neve, consolidano un manto di spessore davvero eccezionale alle quote medie ed alte.
Le festività natalizie scorrono all’insegna della stabilità, con temperature in media, ottime per preservare la qualità del manto.
Purtroppo, sul finire dell’anno, una possente perturbazione calda mette a durissima prova l’eccezionale base consolidata, scaricando pioggia battente per oltre 36 ore, senza tregua, a tutte le quote. Il manto resiste egregiamente, ad ulteriore dimostrazione della sua effettiva consistenza.
Questo episodio caldo fortunatamente apre le porte ad una prolungata fase perturbata, questa volta alimentata da aria fredda, sempre di origine marittima. Merita doverosa nota l’eccezionale nevicata del 2 Gennaio, non tanto per la sua consistenza superiore ai 60 cm, quanto per il fatto di giungere nella prima metà di Gennaio, periodo che normalmente si presenta davvero avaro di precipitazioni.
Nel suo proseguo il mese di Gennaio rivendica la sua normale caratterizzazione secca ed avara, che si trascina purtroppo anche per gran parte del mese di Febbraio.
Sul finire del mese di Febbraio, si assiste finalmente al ritorno del vortice polare, che con una serie di irruzioni marittime distribuisce con buona regolarità nevicate per tutto il mese di Marzo.
Sul finire del mese di Marzo, il manto nevoso alle quote medie ed alte raggiunge una consistenza tale da costituire probabilmente il record del decennio.


Tra Novembre e Dicembre 2005, innevamento record
Foto Filippo Campanile
A fine Dicembre 2005, carichi di tutto rispetto
Foto Fabrizio Falfari
Numerose nevicate in Febbraio 2006
Foto Luigi Zeppa
In primavera 2006, ancora innevamento record
Foto Filippo Campanile



Inverno 2006/2007
L’inverno appena terminato non merita alcun commento, poiché oramai ha fatto parlare fin troppo di sé.
Basta semplicemente ricordare quali siano per i Sibillini le occasioni sfavorevoli alla neve, per poi pensare a quali sono state, effettivamente, le due monotone configurazioni che hanno dominato in maniera incontrastata questo inverno malato, rispettivamente nella sua prima e seconda parte: anticiclone sub-tropicale e atlantico mite.
Il tardivo treno d’irruzioni fredde, seppur alquanto significativo in termini d’inversione di rotta, si è rivelato del tutto inefficace ai fini degli accumuli al suolo, a causa della totale assenza di un fondo nevoso consolidato.
Pertanto non si spendono altre parole in merito, ma si mostrano solamente alcuni eloquenti paralleli fotografici, che lo rapportano al suo predecessore 05/06.


Piano Perduto
Webcam: Meteoappennino.it
Monte Bicco
Foto: Oddo e Roberto - www.telemarktribe.com
Frontignano
Webcam: Meteoappennino.it
Monte Prata
Webcam: Meteoappennino.it



CONSIDERAZIONI FINALI
E’ molto arduo trovare un filo conduttore che governa la dinamica di un inverno appenninico, specie in questi ultimi anni, nei quali si è assistito ad una crescente estremizzazione dei fenomeni meteorologici.
Tuttavia, alcuni elementi comuni sono rintracciabili anche in questi ultimi 9 “pazzi” inverni che, seppur con numerosissime eccezioni, alle volte hanno rispettato alcune “regole”, che di seguito si tenta di delineare.
L’irruzione continentale sembra essere più frequente nella prima metà della stagione, mentre il vortice polare è più caratteristico di un inverno maturo.
Le occasioni per creare un buon innevamento di fondo, in grado di assicurare un lungo inverno nevoso, si giocano in Dicembre, poiché il mese di Gennaio si presenta spesso molto avaro di precipitazioni, specie nella sua prima parte.
Fino alla prima metà di Gennaio la “sciroccata” calda è piovosa è sempre in agguato, essa diventa invece meno probabile nella fase di maturità dell’inverno.
La seconda metà del mese di Febbraio generalmente fa registrare le nevicate più generose, grazie al contributo del vortice polare, che può rimanere attivo anche nel mese di Marzo ed a volte anche oltre.
In tarda stagione, seppur le temperature medie siano decisamente superiori a quelle di Gennaio, è facile assistere a frequenti nevicate, anche a quote medie.
In definitiva, il buon esito di un inverno centro-appenninico si gioca tutto sulla capacità del vortice polare di allungare il suo “braccio” sul Mediterraneo provocando una serie di irruzioni fredde marittime. In assenza di questo fenomeno ci si deve accontentare delle più aride ed aleatorie correnti balcaniche oppure, in assenza anche di queste, ci si deve rassegnare.



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