Free skiing: al confine tra sci di discesa e sci d’alpinismo.

Di Filippo Campanile

Proprio perché libero, il free skiing (in Europa ribattezzato free riding), si presenta come un’attività dai confini molto labili.
Questa filosofia sciistica, per nulla nuova in Nord America ed in Francia, sembra prossima ad affacciarsi con successo anche in Italia e a divenire oggetto di grande investimento da parte dei produttori di sci. Si basa sul concetto di sci totale, aperto a tutti i terreni che la montagna innevata può offrire, dai più selvaggi a quelli adattati e lavorati dall’uomo.

In seguito al successo dello snowboard ed al suo sviluppo esponenziale, in un primo momento sottovalutato, le case costruttrici di sci sono state costrette a reagire, e lo hanno fatto bene, dal momento che oggi la crescita dei "tavolari" si sta ridimensionando (per la verità tale flessione deriva anche dal caratteristico trend di sviluppo delle novità).
Con il mercato dello sci ormai stanco di emulare i monotoni schemi dei vari Girardelli, Tomba e Mayer, e seriamente insidiato dalle tentazioni accattivanti e dai trasgressivi approcci proposti dal marketing dei costruttori di tavole, si presentava urgentemente la necessità di provocare un’ondata di forte innovazione.
La prima reazione, sfociata nel triste lancio del carving, che riproponeva in brutta copia lo schema della pista liscia e pettinata (rendendolo solamente più arido e privo di contenuto tecnico), è comunque servita per capire che, lavorando su sciancrature, larghezze e profili, si potevano tirare fuori attrezzi in grado di soddisfare le esigenze più disparate, ma soprattutto di facilitare la sciata su nevi non battute e terreni sconnessi. Ecco allora comparsa, nelle collezioni di tutti produttori, di vari modelli "free ride" chiaramente orientati al fuori pista (per alcune aziende fino ad 8!) e l’affiancarsi ai classici testimonials del circo bianco di alcuni pittoreschi capelloni dediti a "tirare" curve stile super G su pendii a 55 gradi, concatenandole con salti di barre rocciose ed air flips.
In effetto, la vera anima del free skiing è il fuori pista, il tentativo di imbrigliare tale pratica dentro schemi di competizione (sci estremo, big air, skier cross, half pipe….) deriva solamente da esigenze di business, poiché esso non si presta affatto a regole, valutazioni o misurazioni.

I pionieri di questa attività sono dei veri e propri spiriti liberi, provenienti dallo sci tradizionale, ma stanchi della monotonia offerta all’interno dei confini della stazione sciistica e desiderosi di spingersi su terreni sempre nuovi: è questo l’aspetto che avvicina il free skiing allo sci alpinistico. Tuttavia, le due pratiche presentano una differenza sostanziale: lo sci alpinistico è finalizzato all’escursione nel suo complesso, il free skiing è finalizzato alla discesa e, per questo motivo, utilizza rigorosamente scarponi e sci da discesa; sarebbe inconcepibile impostare una sciata fortemente aggressiva e spettacolare con uno scarpone basso e poco avvolgente.
Al free skier non interessa affatto il mezzo con cui raggiungere la vetta, sia esso trekking, impianto a fune, elicottero, motoslitta o gatto, egli cerca solamente la neve vergine e i pendii più belli, sui quali cui lasciare la propria "firma" (che oggi non è più la monotona serpentina, ma un "serpentone" dalle curve larghe ed irregolari e molto ricco di interruzioni).
Qualunque free skier degno di rispetto, al pari dello sci-alpinista, giustificherebbe un viaggio di molte centinaia di chilometri per una sola discesa memorabile in neve vergine, tuttavia, a differenza del secondo, ove vi fosse la possibilità di farne cinquanta, egli sicuramente ne farebbe cinquanta; è proprio questo aspetto che gli permette, nel corso degli anni, di consolidare una smisurata abilità.
E’ inutile che gli sci-alpinisti continuano ad infuriarsi quando trovano i loro sacri versanti violati da questi nuovi personaggi, poiché la loro corsa è inarrestabile: essi non disdegnano affatto gli impianti di risalita, anche se spesso li integrano con brevi progressioni sci-alpinistiche, finalizzate semplicemente a ritoccare le linee di discesa oppure a raggiungere versanti esterni all’area della stazione. Di regola non utilizzano attacchi da alpinismo, ma adattatori, che permettono di liberare il tallone anche con il classico attacco da discesa e vengono riposti nello zaino al termine dell’ascensione. Tuttavia, oggi, i si stanno affacciando sul mercato attacchi da sci alpinistico che, rinunciando alla leggerezza, offrono solidità e sicurezza di sgancio paragonabili a quelle dell’attacco da discesa e possono essere utilizzati con lo scarpone da discesa.
I modelli di sci, tutti della famiglia Freeride, vanno dai larghissimi Fat destinati alla neve profonda, che permettono la sciata fuori pista anche a sciatori mediocri ma sono molto utilizzati anche da professionisti, ai medio-larghi (mid fat), spesso dotati di sciancrature marcate ed indicati dalle case come sci "all terrains".

In America i cultori del fuori pista sfrenato vengono chiamati Skibums (vagabondi dello sci), poichè per molti di loro l’inverno non c’è un impiego fisso, ma totale dedizione allo sci, che si concretizza in un vagabondaggio alla ricerca delle condizioni più belle, anche a rischio di denunce penali; negli States, infatti, sciare "out of bounds", cioè utilizzare gli impianti per poi uscire dai confini della stazione sciistica, è vietatissimo.
Le Rocky Mountains, tuttavia, rimangono un teatro ideale per il free skiing poiché, a causa della forte passione degli americani per la neve fresca, offrono enormi aree di fuori pista "in bounds", cioè terreno non battuto ma accessibile a tutti e sistematicamente controllato e bonificato dal pericolo di valanghe; inoltre, in particolare nello stato dello Utah e del Colorado, il clima è talmente secco da rendere la neve fresca leggerissima conservarla tale per lunghi periodi.
La stazione che storicamente ha lanciato queste nuove tendenze, valorizzata soprattutto dal pioniere Scot Schmidt, è Squaw Valley, situata sul fantastico Lake Tahoe nella Sierra Californiana; qui la neve è più umida rispetto a quella delle Rockies, tuttavia, il fuori pista è sterminato, ripido e superbo. Nelle Rockies abbiamo le ormai pluridecantate Alta e Snowbird in Utah, Steamboat e Telluride in Colorado, la super estrema Jackson Hole in Waioming e Blackcombs at Whistler in Canada.
Tuttavia la mecca rimane l’Alaska, ed in particolare l’area delle Chugach Mountains, sciabile solamente con l'elicottero; in quelle zone il sole si vede di rado, a causa delle interminabili tormente, però, quando compare, offre sovente giorni "da leoni". Infatti, i pendii superano facilmente le pendenze comunemente considerate sciabili, i dislivelli sono considerevoli ed il manto nevoso, dello spessore di alcuni metri, spesso rimane stranamente attaccato al pendio senza degenerare in rovinose valanghe. In effetti, alcuni frequentatori di questa zona sono dei veri selvaggi, essi riescono a passare intere settimane nelle abitazioni-container di Valdez, o addirittura nei loro pulmini sepolti dalla neve, in attesa del grande giorno in cui l’elicottero potrà prendere il volo.

In Europa (soprattutto in Francia e Svizzera), le restrizioni al fuori pista sono fortunatamente minori e tale pratica, affermata da tempo, è molto amata anche dagli sciatori di medio livello e di età avanzata; anche quì il controllo valanghe è molto accurato, ma non c’è la netta distinzione "in / out of bounds".
In Francia, negli ultimi anni, la diffusione degli di sci freeride è stata sorprendente; girando per le affollate stazioni, non è per nulla difficile incontrare tranquille coppie di mezza età attrezzate con modelli ultimo grido (per la verità spesso in affitto) che si cimentano in discese polverose scartando accuratamente le aree già tracciate.
Per questi motivi, la competizione diviene severa, dopo una nuova nevicata l’area prossima alle piste battute non dura più di due o tre ore e i veri appassionati si spingono in zone sempre più lontane.
Le aree più amate dagli skibums nostrani si trovano per l’appunto in Francia e Svizzera; zone come La Grave, Chamonix, Serre Chevalier e Verbier, possono offrire terreni d’eccezione, ma, in questi luoghi, la "guerra" per aggiudicarsi "la prima traccia", spesso risulta persa in partenza.
In Italia è molto amato il massiccio del Monte Rosa, che si presenta tuttavia ostile e ricco di seracchi, per questo frequentato soprattutto da sci alpinisti.

Completato ormai da tempo il processo di saturazione delle piste battute, la "macchia" ha iniziato ad allargarsi per coprire lentamente le rimanenti aree. Questa seconda fase, se incoraggiata dai media, potrebbe risultare più veloce del previsto, con tutti gli inconvenienti ad essa legati.
La massificazione del fuori pista, infatti, comporterebbe problemi ben maggiori rispetto all’affollamento della stazione, si pensi solamente alle questioni di tipo legale / assicurativo, al taglio di valanghe o all’inflazionato problema dell’impatto ambientale.
In un’ipotesi del genere, saremmo necessariamente afflitti da soluzioni drastiche (stile Nord America o ancora peggiori), peraltro già ventilate in aree conservatrici come il Trentino - Alto Adige.

Lo sci di fuori pista può offrire sensazioni uniche e dovrebbe essere permesso ovunque, poiché consente di fruire della superba bellezza della montagna e di avvicinarsi alla natura; tuttavia rimane un’attività molto pericolosa, da svolgere con la massima consapevolezza e grande rispetto.
A volte, gite verso località minori, meno decantate e lontane dagli assalti di adolescenti sciatori o tavolari "pompati" da riviste ed extreme-videos, possono regalare giornate indimenticabili e scenari spettacolari, ma soprattutto tranquillità e rifugio da quella competizione che ovunque pervade questo pianeta sovrapopolato.

 

BIBLIOGRAFIA:

- Andrea Gallo, "Skibum si nasce", in: "ALP", n. 153 Gen. 1998, Vivalda Editori S.r.l., Torirno

- Steve and Todd Jones, "Down and out in Valdez Alaska", in: "POWDER the skier’s magazine", Nov 1998, Petersen Publishing Co. L.L.C., Los Angeles (CA) - USA

- Hans Ludvig - Nathan Wallace, "Is Alaskan Hely-Skiing Really the Ultimate Skiing experience?", in: "POWDER the skier’s magazine", March 1999, Petersen Publishing Co. L.L.C., Los Angeles (CA) - USA

- Jeff Webb, "The king of the hill", in: "ON BOARD Magazine", Dec. 1997, Jensen & Joubert Publishing Ltd, Bangor - England

- Laurent Belliard, "5 conseils pour progresser", in: "SKIEUR Magazine", Fevrier/Mars 1999, Edisions Nivéales Sarl, Grenoble - France

- Matt Lewis, "Backcountry skiing is not a crime" in: "POWDER the skier’s magazine", Dec 1998, Petersen Publishing Co. L.L.C., Los Angeles (CA) - USA


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