Alla ricerca del Firn D.O.C.

di Filippo Campanile
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“Firn”, che brutta parola! Suona male e si pronuncia con difficoltà... ma che significa?
In italiano si chiama “neve trasformata”, definizione ancor più contorta ed infelice che, dietro la sua apparenza tecnica e precisa, in concreto dice poco o nulla.
I “colleghi” americani, con il loro efficace potere di sintesi figurativa, parlano semplicemente di “Corn”. Granturco? Si, per loro sciare su questo tipo di neve è come “planare” su un’immensa distesa di chicchi di granturco.
In realtà, quando parliamo di “Firn” ci riferiamo ad una qualità di neve ben individuata, molto più facile da sciare che da descrivere e, anche per questo, molto ricercata.
Scialpinisti e telemarkers ne sono i principali cacciatori e, in alcune situazioni, arrivano a preferirla perfino a Sua Maestà la “Powder”.
In generale, il “Firn” è la neve che tutti snobbiamo, fino a che non ci troviamo a sciare sulla “crosta” o sul “vetro” e, allora, non si sa cosa daremmo per averla; poi, nel momento in cui la otteniamo, prima ci entusiasmiamo e poi, presto, ci stufiamo, perché?
Perché, in verità, questa tipologia di neve è “autolimitata”, come una potente auto sportiva adattata all’uso stradale; infatti, se da un lato agevola al massimo la sciata e banalizza le pendenze, dall’altro, non offre alcuna tenuta laterale.
Quando sciamo sul “Firn” ci accorgiamo che non possiamo mai superare una velocità “soglia”, pena la perdita di controllo in fase di conduzione, con conseguente partenza in impressionanti derapate. Per questo motivo la neve trasformata risulta particolarmente confacente al dolce ondeggiare di un delicato telemarker, ma deleteria per la sciata potente ed aggressiva di un freerider a tallone fisso.
Tutti sappiamo che il “Firn” è molto più facile da trovare rispetto alla “Powder”, però spesso dimentichiamo che, una minima alterazione delle condizioni meteo, può vanificare ogni nostra ricerca.
Il “Firn” può formarsi solo dopo che il manto è divenuto molto compatto, in seguito ad una serie di trasformazioni; fin qui tutti d’accordo. Non dobbiamo però credere che ogni parziale fusione del manto sia in grado di creare questa neve: per ottenere il “Firn” dei nostri sogni, quello D.O.C., ci vuole irraggiamento solare diretto, meglio se in condizioni di aria secca ed assenza di vento. Solo così si crea il cristallo scintillante che tutti cerchiamo, quello scorrevole e veloce, morbido al punto giusto ma portante, quello che mantiene le sue qualità anche a quote diverse.
Non è facile trovare giornate del genere in montagna, nemmeno durante le fasi anticicloniche; anche il più addestrato ed accanito cercatore, dotato di timing perfetto e conoscenza millimetrica del posto, può essere gabbato dalle variabili meteo: una nuvoletta che condensa sulla vetta, un refolo di brezza, un po’ di umidità.... alle volte sono sufficienti a guastare la festa.

Ben consapevoli di tutti i possibili ostacoli e tranelli, nel cuore della passata stagione 2003, in una tiepida giornata di Marzo, io e Paolo decidiamo di partire in esplorazione delle Vallate dei Sibillini, alla ricerca del “Firn” dei nostri sogni...

Non nevica oramai da oltre 10 giorni ma, quest’anno, di “Powder” ne abbiamo sciata a sazietà e la favolosa stagione ci ha lasciato in eredità un manto nevoso eccezionale. C’è da sciare dove e quanto si vuole, basta solo vincere la pigrizia, attaccare le pelli e... partire.
Saliamo con gli impianti di Frontigano in tutta tranquillità, una volta tanto senza lo stress di dover tracciare per primi. La neve è ancora dura e non c’è alcuna fretta, le giornate sono lunghe, bisogna attendere che cominci a “mollare”.
Come al solito in cima incontriamo Fabrizio, profondo estimatore dello sci primaverile, che si unisce a noi per la gita.
Il programma è il seguente: raggiungere con le pelli la vetta di Monte Bove Sud per intraprendere la discesa dell’immenso versante Est di Val di Tenna che, data la sua esposizione, trasforma bene già al mattino; risalire di nuovo fino a Monte Bove Sud per discendere il versante Sud Ovest di Val di Bove, che trasforma di pomeriggio; risalire sulle creste del Bicco per tornare agli impianti.
La giornata è illuminata da un potentissimo sole e la neve abbondante riflette una luce accecante; mentre saliamo con le pelli ci rendiamo conto che la temperatura è destinata a salire davvero molto. In compenso l’aria è particolarmente secca e non sembra affatto favorevole alla formazione di addensamenti cumuliformi.

...mentre saliamo con le pelli ci rendiamo conto che la temperatura è destinata a salire davvero molto...

Conquistiamo la vetta di Bove Nord, come sempre l’ambiente è superbo; ci affacciamo su Val di Tenna per saggiare un po’ il terreno: timing perfetto, l’abbiamo trovato!
Ci lanciamo euforici verso la discesa, che si dimostra davvero splendida, soprattutto per me che sono alla mia prima vera uscita fuoripista a tallone libero, anche se noto con piacere che anche i due amici “rigidi” se la stanno godendo a dovere.

...l'abbiamo trovato!...
...discesa, che si dimostra davvero splendida, soprattutto per me....
...che sono alla mia prima vera uscita fuoripista a tallone libero...
...anche i due amici “rigidi” se la stanno godendo a dovere....

Raggiungiamo la parte centrale dell’ampia vallata in un’atmosfera surreale: l’innevamento tocca livelli davvero insoliti e la luce accecante si riflette sui nostri “chicchi di Corn”, talmente perfetti da creare l’illusione di essere in un mare di “Powder”.
La temperatura continua a salire senza tregua e la totale assenza di vento rende la risalita, appena intrapresa, davvero dura. Il dislivello che dobbiamo guadagnare è superiore ai 500 metri e per maggior sicurezza decidiamo di risalirlo tutto lungo la cresta, linea direttissima e molto pendente. Mi accorgo quanto sia duro salire con pelli in telemark: la connessione del puntale è molto più rigida rispetto allo snodo di un attacco da scialpinismo e spinge energicamente la parte anteriore dello sci contro la neve, creando un forte attrito nella fase di avanzamento.

...ci lanciamo euforici verso la discesa...
...raggiungiamo la parte centrale dell’ampia vallata....
...al limite della velocità "soglia"...
Val di Tenna e, sullo sfondo, le Gole dell'Infernaccio.

Ci concediamo alcune pause per alleggerire i vestiti e riprendere fiato, mentre osserviamo che dai versanti più ripidi con esposizione Sud si stanno verificando parecchi distacchi di neve marcia; poi vediamo un elicottero che sorvola Monte Porche puntando con decisione verso il Priora, fino a scomparire dalla nostra vista.
Arriviamo di nuovo a Monte Bove Sud ma la salita è durata più del previsto: saremo ancora in tempo per un’altra bella discesa su “Firn”?

...la luce accecante si riflette sui nostri “chicchi di Corn”, talmente perfetti da creare l’illusione di essere in un mare di “Powder”...
...la temperatura continua a salire senza tregua l'assenza di vento rende la risalita davvero dura...
...l'immenso versante Est di Val di Tenna...

La trasformazione della neve segue due processi inversi nell’arco della giornata: prima “molla” e si ammorbidisce gradualmente a partire dalla superficie, poi tira, indurendosi, sempre a partire dalla superficie.
Questa volta il timing non è perfetto ed il versante SO di Val di Bove è entrato da pochi minuti nella seconda delle fasi appena descritte: neve morbida con leggera “crosticina” di ghiaccio in superficie. Non è difficile da sciare, ma ci riserva una strana sorpresa...
Parte Paolo su pendenza sostenuta e sparisce presto dalla nostra vista a causa della particolare conformazione convessa di questo versante; non lo vediamo ma sentiamo un boato contino che sembra un treno in corsa. Preoccupati chiamiamo Paolo via radio che risponde tranquillo rassicurandoci sulla stabilità della neve.
Nel momento in cui partiamo per raggiungerlo comprendiamo meglio da cosa derivi il fenomeno: la crosta ghiacciata superficiale che stacchiamo sciando scivola a gran velocità verso il basso; come detto, il manto è strutturato come un tamburo, bello tirato in superficie, morbido sotto; il sottile fiume di neve che scorre in superficie fa entrare in risonanza l’intero pendio, generando un rombo terrificante e diffuso, che segue lo sciatore in tutto il suo percorso e si prolunga molto a lungo anche dopo la sosta dello stesso.
Non è facile descrivere l’intensità di questo sinistro frastuono, ma posso assicurare che non è affatto rilassante sciare in tale situazione.
Terminata la discesa siamo molto soddisfatti, per aver disceso un versante che si dimostra sempre entusiasmante e che... non finisce mai di stupire!
E’ il momento di risalire di nuovo verso le creste del Bicco, tratto breve e spedito che ci conduce verso il rientro agli impianti, attraverso i ripidi fuoripista di “Corvo Rosso” e “Selva Piana”.
Sappiamo bene che questa volta non ci attende il famigerato “Firn”: è il momento di “surfare” il “Pappabillo di Origine Protetta”, esclusively made di Frontignano!

...non è affatto rilassante sciare in tale situazione...
...il rientro agli impianti, attraverso i ripidi fuoripista di “Corvo Rosso”....

Ah, dimenticavo... l’elicottero dove andava?
Alla sera i telegiornali parlano di uno scialpinista solitario travolto ed ucciso da una valanga sul Priora. Per fortuna, successivamente, apprenderemo che la notizia era assolutamente falsa, lo sciatore se ne era già andato e i soccorritori non avevano trovato nessuno.



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