...è stato sicuramente uno di quegli inverni che verranno raccontati ai nipoti per l'incredibile quantità di neve che le perturbazioni hanno riversato sugli Appennini....

Una giornata "elettrizzante".

Di Lorenzo Campanile

7 Marzo. Già nevicava da alcuni giorni. Quella mattina il "Powder Mob" si sarebbe rimesso in moto per raggiungere nuovamente le vette dei Sibillini.
Il "Powder Mob", in italiano "La Cosca della Fresca", non è altro che un gruppo di appassionati che ha il nucleo centrale in noi tre fratelli a cui si aggiungono, di volta in volta, nuovi compagni che condividono con noi l'amore per la neve e per lo sci. Amore soprattutto per le nuove tendenze provenienti dagli USA, backcountry e freeridinig. Sciate in campo libero alla ricerca della neve fresca, la powder, dove il gusto della discesa vale tutta la fatica di un’ascensione di alcune ore anche nelle condizioni più avverse!
Quella mattina, infatti, siamo partiti con un "tempo da lupi". Il nevischio, che ci aveva accompagnato per tutto il tragitto, si era trasformato presto in fitta nevicata. I tergicristalli stentavano a spazzar via l’incredibile quantità di neve che si posava sul vetro tra un passaggio e l’altro delle spazzole. L’entusiasmo all’interno del nostro Toyota aumentava in maniera esponenziale ai centimetri di neve che si posavano intorno a noi. Nell’abitacolo della nostra "Powder-mobile" si era ormai creata un’atmosfera elettrizzante.
Al valico di Forca Canapine i centimetri si erano trasformati in metri. I cartelli stradali completamente sommersi. L’urlo all’interno della macchina era unanime: "Mega powder", today is gonna be a good day!!!
Ma il nostro jeeppone di lì a poco si dovette inchinare alle montagne di neve accumulate dal vento.

Cambio di rotta
Dovemmo così ripiegare su un itinerario diverso da quello inizialmente stabilito.
Siamo ridiscesi verso Norcia, splendida cittadina medioevale, a dir la verità famosa oggi più per il tremendo terremoto che la colpì nel 1982 e per la sua nota tradizione culinaria, che per il magnifico parco naturale in cui è immersa. Ridiscesi, ma non certo per tornarcene a casa, giammai!
Eravamo lì. Non potevamo non cercare il modo di sfruttare al meglio tutta quella neve che una tempesta di metà stagione ci aveva regalato.
Incominciammo a preparare la nostra attrezzatura. Trekker, pelli, racchette telescopichie, giacca ipertecnica e l'indispensabile ARVA legato al corpo, dispositivo ricetrasmettitore che permette di interverire immediatamente in caso di slavine. Dallo zaino spuntano la pala da valanga e le sonde, ci sono anche i vestiti di ricambio.
In montagna non si improvvisa riente. Ogni escursione insegna qualcosa, svela segreti di cui far tesoro per evitare spiacevoli o fatali inconvenienti.
Anche quel giorno, infatti, imparammo qualcosa. Avevamo cominciato l'ascesa di un monte con la vetta situata a non più di 1650 metri.s.l.m., un monticello quindi, riente di più. Ma si sa che "Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano" e una formica di montagna può mettere in crisi anche un navigato alpinista.
La salita era stata particolarmente dura, per l’imponente spessore del manto nevoso che si andava accumulando, per il forte vento contrario, per l’enorme quantità di neve che continuava a scendere senza dare la ben che minima speranza di una tregua. Ma la smania di ridiscendere e cavalcare quella morbida superficie, in cui stavamo sprofondando, sembrava annullare ogni fatica.
In cima, oltre che una fitta coltre di nebbia, ci stava aspettando qualcosa di nuovo.

La scossa di Gauss
Il primo segnale fu una scossa che ci solleticò le mani appoggiate alla roccia.
Lo spavento aumentò insieme ad uno strano, inquietante rumore che si andava concentrando nell'aria. Un’orda di zanzare giganti? Una bollente frittura di cucina? Forse eravamo noi che stavamo per essere fritti...
Facevamo infatti da conduttore tra l'elettricità concentrata fra le nuvole e il suolo, in virtù di una differenza di potenziale che si era venuta a creare con la perturbazione.
Riguardatevi il teorema di Gauss.
Quel fenomeno della fisica non era più solo roba da materia scolastica abbandonata nel dimenticatoio. Una realtà quasi paradossale ci stava rinfrescando il concetto.
Il panico ci assalì con la stessa rapidità con la quale intanto la nebbia era salita per confonderci ancora di più.
Dovevamo scendere giù dalla cresta il più velocemente possibile. Solo così il "pericolo elettrico" sarebbe dininuito.

Nebbia e neve da nausea
Ma ad ogni passo la paura cominciò a lasciare il posto ad una fastidiosissima nausea.
La nebbia. Tutto era bianco. Intorno, sopra la testa sotto i piedi. E’ incredibile come un colore possa da solo far crescere la nausea tanto forte come nemmeno un mare forza nove riuscirebbe a far provare. Le gambe sprofondavano senza rendersi conto se arrancavano in discesa o in salita.
Coperto ogni riferirnento spaziale, ogni variazione di pendenza. Il versante dal quale stavamo discendendo, nemmeno a dirlo era quello sbagliato.
Solo l’aiuto della bussola ci consentì di ritrovare il nostro vallone. Era il momento dell'euforia.

L'impronta della conquista
La paura si dileguò. Abbandonò le nostre gambe lasciandole libere di navigare veloci su quel manto conquistato con tanta fatica, libere di lasciare le tracce della meritata vittoria.
Ma tutt’intorno... altre vette, altre sfide.
Una volta a valle, senza esitazioni siamo ripartiti alla conquista di un nuovo pendio.
E’ proprio vero che skibum si nasce.


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